Sensore auto o presenza mentale

C’è davvero bisogno di un sensore per ricordarci di avere un bambino?

Entro luglio 2019 saremo tutti obbligati ad installare sulle nostre auto dei seggiolini dotati di dispositivo con sensore per rilevare la presenza di un bambino. Ovvero, se per sbaglio dovessimo dimenticarci il bambino in auto, saremo immediatamente avvisati da un allarme. La bozza del decreto è stata inviata alla Commissione Europea per eventuali aggiustamenti e ad Aprile si avrà il testo definitivo.

E’ ovvio che non sono qui a discutere il fatto che salvare delle vite umane sia sempre una cosa positiva. E se questo sensore permetterà a qualche genitore distratto di non scordarsi il bambino in macchina tanto meglio!

Nel contempo l’approvazione di questa legge mi spinge a qualche riflessione. Non certo colpevolizzante rispetto a quei genitori cui purtroppo è accaduta una tale disgrazia. Ma sulla attuale situazione sociale in cui diventiamo genitori. E in cui cresciamo i nostri bambini.

E sugli effetti psicologici dell’affidarsi alla tecnologia per risolvere un problema in superficie, senza affrontarne invece le cause reali alla radice. Delegare responsabilità e funzioni genitoriali alle macchine, invece di chiedersi come mai fatichiamo così tanto a fare spazio nella nostra mente per i nostri figli.

La fatica di essere genitori oggi

Quando affianco i genitori in percorsi di consulenza spesso cito una frase tratta dal film Gli Incredibili 2. “Il Mestiere di genitore, se fatto bene, è un atto eroico”. Lo dice Edna Mode, la simpaticissima stilista, al papà supereroe Bob. La mamma è via per lavoro e il papà si trova in  grave difficoltà nel gestire la famiglia.

E’ una frase semplice, ma illuminante. Nella società attuale fare i genitori diventa davvero sempre più complicato e per molte ragioni. La prima delle quali mi sembra la grande solitudine in cui le mamme e i papà si trovano. Negli ultimi 50-70 anni la famiglia si è trasformata enormemente. E se fino a non molto tempo fa nella casa di famiglia si ritrovavano diverse generazioni, ora i nuclei famigliari sono limitati a mamma, papà e bambini. Con un sovraccarico totale della responsabilità e della fatica della genitorialità sulle spalle dei soli genitori. Non c’è quasi più possibilità di condividere con nonni e zii l’educazione dei propri figli. Ovviamente con vantaggi e svantaggi. Ma credo sicuramente con un forte accento sul ritrovarsi soli, senza possibilità di confronto, scambio, supporto tra generazioni.

Genitori sempre troppo impegnati e stressati

Come se questa solitudine non bastasse, aggiungiamo anche il livello elevatissimo di stress a cui siamo tutti soggetti. Viviamo ormai vite a tripla velocità. E corriamo come cavalli imbizzarriti tutto il giorno. Nell’arco di una giornata passiamo innumerevoli volte da un ruolo all’altro senza neanche rendercene conto. Alle 8 sono la mamma che corre a scuola con i bambini nel traffico cittadino. Poi divento la mamma professionista che corre al lavoro e passerà la giornata tra riunioni e valutazioni della performance. Mi rilancio nella mischia all’ora di rientrare a casa e non so bene se pensare alle cose lasciate irrisolte sul lavoro o alla cena che dovrò mettere in tavola a breve. E come non dedicare qualche angolo della mente alla chat di classe, a quella del gruppo di yoga e all’organizzazione delle vacanze estive?

Ho l’impressione che passiamo la maggior parte del nostro tempo immersi in un flusso costante di informazioni e distrazioni. Cellulari e schermi colonizzano la nostra mente. Siamo disponibili professionalmente 24 ore su 24. Non stacchiamo mai. E la cosa più grave è che viviamo le relazioni e il poco tempo che abbiamo da trascorrere con i figli, perennemente occupati e distratti da qualcosa d’altro.

Una società che non è fatta per le famiglie

La società ci chiede in modo dirompente di partecipare e contribuire all’aumento della crescita economica. Donne e uomini. E se da una parte l’apertura del mondo del lavoro alle donne è una gran cosa, ritengo anche che in questo modo non si tenga conto di alcuni dati molto interessanti che emergono dalla ricerca. Ad esempio, numerose ricerche dimostrano che i bambini che passano molte ore negli asili nido hanno livelli di cortisolo (ormone dello stress) più elevati dei bambini che stanno a casa. Eppure, nonostante i dati siano piuttosto chiari e la mole di lavoro sull’attaccamento nella primissima fase della vita sia enorme, molti genitori sono costretti ad avvalersi di queste strutture per mancanza di alternative possibili.

L’importanza dell’interazione uno-a-uno

Le neuroscienze dimostrano che soprattutto nella fascia di età 0-3 l’interazione uno-a-uno con un adulto attento e emotivamente disponibile è critica e cruciale per lo sviluppo delle connessioni neurali. Consideriamo che l’80% dello sviluppo del cervello avviene in questa fase della vita.

E molto spesso questa è anche la fase più faticosa fisicamente ed emotivamente per ogni nuova famiglia. Il passaggio da due a tre, da uomo e donna a mamma e papà, è emotivamente e psicologicamente molto delicato.

Eppure proprio in questa fase le politiche di sostegno e aiuto per le famiglie sono scarse e ridotte all’osso. Ci si aspetta che una mamma possa tornare al lavoro in piena forma al compimento dei 3 mesi del bambino, se non usufruisce dell’astensione facoltativa. Con ovvie ripercussioni sul reddito. Quindi di fatto le alternative sono poche e molte donne decidono di rientrare al lavoro molto presto. E ancora troppi pochi papà usufruiscono del congedo parentale.

Soluzioni superficiali

Sebbene possa sembrare assurdo o francamente impossibile dimenticarsi un bambino in macchina, accade e spesso con conseguenze tragiche. Gli esperti sostengono che sia dovuto ad un errore del sistema che regola la memoria. Ma che i fattori che lo determinano siano lo stress, lo stato emotivo, la mancanza di sonno e una cambiamento che interviene nella routine quotidiana.

La soluzione sembra ovvia e semplice e in un certo senso lo è. Basta mettere un sensore sul seggiolino dell’auto che ci avvisi prima di chiudere la macchina. Così ci ricorderemo che il bambino è seduto dietro.

Ma se ci penso e ci ripenso, c’è qualcosa che non mi torna. E che mi spinge a dire che questa sarebbe una soluzione superficiale, che non considera assolutamente la causa vera del problema.

Un po’ come dire: sì, siamo tutti genitori stressati e fatichiamo a tenere a mente di avere dei figli. Ma inutile cercare di cambiare questa situazione. Non serve a nulla aiutare madri e padri affinché possano essere meno stressati, imparare a regolare meglio le emozioni e dormire un po’ di più. Limitiamoci a mettere un sensore e andiamo avanti così.

Forse meglio analizzare il problema

Non sono mai stata per le soluzioni semplici. Quelle che mettono una toppa, ma lasciano tutto invariato. E anche in questo caso mi rifiuto di pensare che basti il sensore. Qui si tratta di capire e ragionare sulle ragioni di questa grande fatica e distrazione di mamme e papà. Si tratta di comprenderne i motivi e cercare soluzioni vere.

Ad esempio offrendo maggiore supporto nella delicatissima fase che va dagli zero ai tre anni. Sostegno psicologico e strategico. Penso alle numerose famiglie che si rivolgono a me perché in casa ancora non si dorme la notte.  Mamme e papà che si trascinano stravolti al lavoro con una notte pressoché insonne alle spalle. Ma che devono essere super performanti sul lavoro. Nonostante tutto.

Penso alla fatica di trovare una sistemazione per un bimbo ancora molto piccolo e alle corse che si fanno tra casa e lavoro e asili nido. Con la sensazione che il tempo non basti mai. Con l’ansia che sale da quando suona la sveglia fino all’ora di andare a dormire. Stessa ansia che riversiamo addosso a dei quasi neonati, che avrebbero bisogno di calma, movimenti lenti, parole tranquille.

Penso ai telefonini sempre più smart, alle reti sempre più veloci, alle migliaia di nuove serie TV che ci tengono incollati agli schermi, ipnotizzati in una dimensione non reale dell’esistenza. Incapaci di viverci quella reale. In cui preferiamo mettere anche i bambini davanti agli schermi per non sentirli piangere. Che poi magari se in macchina piangessero una volta di più, ci ricorderemmo anche di aver messo il bambino dietro sul seggiolino. Senza bisogno del sensore.

Più presenza mentale e consapevolezza

In fondo sono tutti aspetti che indicano una grande difficoltà ad essere presenti mentalmente e e a svolgere il nostro ruolo di genitori in piena consapevolezza. Eppure mi sembra evidente, ed emerge anche dagli studi, che la disponibilità emotiva e mentale dei genitori sia uno dei fattori cruciali di uno sviluppo sano dei nostri bambini. Per disponibilità emotiva e mentale intendo genitori che siano accessibili fisicamente ed emotivamente, aperti alla comunicazione e in grado di rispondere alle richieste e ai bisogni del bambino.

Mi chiedo quanto i genitori di oggi possano esserlo. Come si fa ad essere fisicamente ed emotivamente disponibili  quando, per ragioni legate all’organizzazione del lavoro nella nostra società, passiamo così poco tempo con i nostri figli? E quando finalmente siamo insieme a loro fatichiamo a dedicarci a loro e preferiamo immergerci totalmente in schermi e cellulari.

In che modo si può essere più presenti e consapevoli quando il livello di stress cui siamo sottoposti giornalmente è così elevato? O quando fatichiamo ad avere le risorse sufficienti per portare avanti la vita famigliare?

La tecnologia atrofizza la mente

Se vogliamo affrontare il problema delle morti accidentali dei bambini in macchina, credo faremmo meglio a intervenire al più presto con un lavoro di prevenzione e sostegno rivolto alle famiglie con bambini. Per permettere ai genitori di essere presenti fisicamente ed emotivamente nella vita dei loro figli.

Dotare i seggiolini di sensore, salverà di sicuro alcune vite. Ma ci spingerà ancora oltre nella nostra impossibilità di fare spazio ai nostri figli prima di tutto nella nostra mente. Forse smetteremo di scordarci i bambini in macchina, ma non impareremo a fare i genitori con consapevolezza.

Proseguiremo in maniera insensata a delegare le nostre responsabilità e funzioni alla tecnologia. Divenendo a poco a poco sempre meno capaci di attivare la nostra mente anche per le funzioni più semplici. Sostituiremo la relazione e la vicinanza emotiva tra esseri umani con  macchine e strumenti sempre più sofisticati. Smetteremo di usare mente ed emozioni per restare in relazione con i nostri figli.

Non so a voi, ma l’idea personalmente mi terrorizza!

 

 

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