barriere connessione con natura

5 fattori che allontanano i bambini dalla natura

Parchetto cittadino alle 16.30 del pomeriggio. Natura poca, ma meglio che niente. Qualche albero e un po’ di verde c’è.  All’uscita da scuola come molte altre mamme (e tantissime tate e baby sitter) mi ritrovo nel minuscolo parchetto davanti a scuola. Penso che qualche ora all’aria aperta fa comunque bene. Ma nel mio profondo sogno e immagino spazi aperti, montagne verdi, pinete profumate.

Il mio primogenito, esploratore nato, in assenza di compagni con cui giocare decide di esplorare quel poco di verde che esiste in città. E comincia ad arrampicarsi su un albero. Con grande destrezza sale e scende e lo vedo totalmente impegnato in questo gesto atletico. E naturale.

Una nonna visibilmente in ansia mi si avvicina con aria arcigna. “Non dovrebbe farlo salire sugli alberi: è pericoloso!” Poi con aria severa si rivolge al nipote anche lui appena uscito da scuola: “Marcolino tu non ci provare neanche a salire. Ti spacchi la testa!”

Ahimè…provo un po’ di sofferenza per Marcolino che non può salire sugli alberi. Ma non può nemmeno correre perché altrimenti suda. E possibilmente neanche mettere i piedi sulla terra che si sporcano le scarpe. E mi becco anche uno sguardo sprezzante della nonna per aver permesso a mio figlio di essere così “libero” sottoponendolo ad inutili rischi.

La mia testa si lancia immediatamente in una riflessione piuttosto lunga e articolata. Sul fatto che l’infanzia di oggi è totalmente minacciata dalla paura che gli adulti hanno del rischio. Di qualsiasi rischio. E in generale dalle mille paure che noi adulti proiettiamo sui nostri figli. Dell’esigenza continua di proteggerli da qualsiasi cosa. Di togliergli ogni castagna dal fuoco.

Crescere i figli con la paura di tante cose e anche della natura

Una cosa che ripeto alle mamme e papà che si rivolgono a me per un supporto nel loro ruolo di genitori è che la paura quando si crescono i figli andrebbe messa da parte. Anche se comprendo e osservo che nella società di oggi e forse anche grazie ai mezzi di comunicazione è difficile non lasciarsi andare a paure di ogni genere.

Ma educare con lo spettro della paura al proprio fianco non permette di prendere buone decisioni e ci costringe a soluzioni che spesso non sono le migliori per i nostri figli e per la nostra vita famigliare. E neanche per la società e per il nostro pianeta, se solo riuscissimo ad ampliare un po’ la prospettiva come specie umana.

Quando si parla di rapporto con la natura risulta ormai evidente che permettere ai bambini di trascorrere tempo in ambienti più naturali e giocare all’aperto porta solo grandi vantaggi. Innanzitutto in termini di benessere fisico e mentale. Di prevenzione e persino di cura di alcuni disturbi che si stando ormai diffondendo in modo preoccupante tra bambini e adolescenti.

Ostacoli e barriere

Esistono anche numerose evidenze che mostrano come una maggiore connessione di bambini e ragazzi con la natura garantisca un miglioramento dell’apprendimento. Il contatto con la natura permette infatti di sperimentare direttamente tutta una serie di fenomeni, aumentandone la comprensione e suscitando l’interesse dei bambini. E riducendo il numero di ore passate ad ascoltare noiosissime lezioni frontali.

Eppure, nonostante tutti questi dati positivi, ci sono ancora tantissimi ostacoli e barriere che si frappongono tra i nostri figli e un modo più naturale di vivere.

Alcuni sono di tipo più strutturale: penso ad esempio a come sono strutturate le nostre città. Altri sono ben radicati a livello psicologico e personale e mi riferisco qui proprio alle paure. Molti sono intrinsecamente connessi con la nostra società: ad esempio la mancanza di tempo e la pressione a produrre e performare.

Il traffico e l’impossibilità di giocare all’aperto

Uno dei racconti che mi ha sempre affascinato tra le tante cose che mio papà mi raccontava della sua infanzia c’era quello giornate passate a giocare da soli per strada. Nella Milano post-bellica schiere di bambini passavano i pomeriggi a giocare liberi e non sorvegliati per strada. Qualche mamma buttava un’occhiata dalla finestra, ma in generale i bambini se la cavavano da soli.

Mettendo in campo e misurandosi con una serie di competenze fisiche, emotive e sociali che i bambini di oggi difficilmente possono esercitare. Livelli di autonomia che crescevano in modo graduale, il confronto con i più grandi e i più piccoli, la negoziazione, la risoluzione dei conflitti, la valutazione dei rischi e dei propri limiti.

Un’esperienza che oggi ci pare inconcepibile. E che ho avuto la gioia di sperimentare nella mia infanzia solo nelle lunghe estati passate in un paesino della costa romagnola. Insieme a decine di altri bambini passavamo le ore serali a giocare a nascondino nella strada chiusa in cui si trovava la nostra casa. Ed è un ricordo che mi diverte anche solo pensare. Ci aggiravamo liberi e felici nascondendoci dentro ai giardini delle case, dietro agli alberi, muovendoci senza la sorveglianza dei genitori. E imparando a risolvere liti e conflitti tra di noi e senza l’intervento dei grandi.

Nelle città di oggi con il traffico di macchine sempre più veloci e inquinanti è letteralmente impossibile per i nostri bambini giocare per strada. Ce li teniamo ben stretti e vicini, rinchiudendoci nei piccoli spazi di verde cittadino. E li teniamo ben bene sotto controllo. Se litigano tra loro siamo pronti ad intervenire subito, prendendo le parti e distribuendo le colpe. Incapaci di lasciare a loro la possibilità di trovare soluzioni e scoprire risorse. E insegnando loro che da soli non se la possono cavare. Che hanno sempre bisogno degli interventi dei genitori.

Così arrivano all’università e si presentano agli esami accompagnati da mamma e papà. O ancora peggio ai colloqui di lavoro. Giuro che succede in molti paesi del mondo, Italia compresa.

Io credo che ai bambini l’idea di giocare per strada, all’aria aperta con maggiore libertà piaccia molto. E lo conferma anche un’interessante report scritto in Gran Bretagna che ci racconta come l’aumento del traffico abbia fortemente limitato la libertà dei bambini. E con essa la possibilità di sperimentarsi nel gioco libero e non sorvegliato insieme ad altri coetanei.

Una società che vuole proteggere da ogni rischio

Sebbene il traffico rappresenti un serio ostacolo alla possibilità dei bambini di tornare a giocare all’aperto e ad esplorare la natura, esistono ostacoli che ritengo essere più psicologici. E che mostrano in modo più evidente come sia cambiato il modo di essere genitori nel corso di alcune generazioni.

Portare i bambini in ambienti naturali comporta ovviamente alcune forme di pericolo o di rischio. Penso ad esempio a quando vado a camminare con i miei figli in montagna e li vedo correre giù dai sentieri. Sento sempre dentro di me una vocina che dice “E se inciampa in un sasso?”.

In realtà le statistiche ci dicono con chiarezza che l’ambiente di gran lunga più pericoloso per i bambini è quello domestico. E tra i bambini che finiscono al pronto soccorso quelli che ci vanno per una caduta dal letto battono tre ad uno quelli che ci devono andare perché caduti mentre salivano su un albero.  La casa non è certo un posto più sicuro della natura se pensiamo a quanti bimbi sono vittime di incidenti domestici.

Eppure li teniamo chiusi in casa perché non si facciano male. Certo, provare a stare in equilibrio su un tronco posto di traverso su un ruscello di montagna comporta il rischio di caderci dentro. Di bagnarsi i piedi nell’acqua fredda e magari prendersi un bel raffreddore, come successe una volta a me e mio fratello. Prontamente sgridati dalla mamma che però con le amiche se la rideva divertita per la nostra piccola avventura.

Ma quella dose di rischio la ritengo fondamentale per imparare a conoscere i propri limiti. A distinguere ciò che è pericoloso da ciò che non lo è. Esattamente come il cucciolo di lupo insieme ai fratelli del branco impara a capire quali sono gli animali che può cacciare e quelli da cui deve tenersi alla larga. E azzuffandosi con gli altri cuccioli impara quanta forza mettere nelle zampe e l’effetto dei colpi che tira.

Se li proteggiamo da tutti i rischi, come faranno ad imparare e a giudicare da soli cosa è rischioso e cosa non lo è? E come affronteranno gli inevitabili rischi che si troveranno ad affrontare nella vita?

Questo non significa abbandonare i figli a loro stessi, ma aiutarli gradualmente ad affrontare situazioni in cui possano esporsi ad un rischio dosato per imparare a poco a poco a gestire e valutare con sicurezza rischi e benefici di quello che accade nella loro vita.

La paura degli estranei

Il tentativo moderno di proteggere i nostri figli da ogni rischio mi porta immediatamente a parlare di un’altra paura molto diffusa:  la paura degli estranei, che credo sia di gran lunga uno dei maggiori ostacoli che interferiscono con la possibilità dei bambini di oggi di avventurarsi nella natura da soli.

E’ chiaro che la frequenza con cui sentiamo alla televisione o sui giornali eventi di cronaca nera che coinvolgono bambini spinga i genitori di oggi  a pensare che la possibilità che eventi simili accadano sia molto alta.

Ne consegue che difficilmente permettiamo ai nostri figli di muoversi nel mondo senza essere in qualche modo costantemente sorvegliati da noi. Li dotiamo di cellularea perché in caso di “emergenza” possano essere sempre raggiungibili. Con l’effetto che in realtà quando hanno realmente bisogno magari non ci chiamano, ma in compenso vivono con l’idea che il “grande occhio” di mamma e papà sia sempre presente. C’è addirittura chi arriva ad attivare sistemi di ricerca con GPS in modo da sapere minuto per minuto dove sia il ragazzino. Ad una prima occhiata superficiale può sembrare ragionevole, ma credo che non ci siamo soffermati a sufficienza a riflettere su quali effetti questo possa avere sulla vita di bambini e ragazzi di oggi.

E sinceramente io sono un po’ preoccupata da quello che vedo. Nella mia attività parlo ogni giorno con numerose mamme e papà e non posso non riscontrare nei percorsi di accompagnamento al sonno che molti vivano persino la cameretta del bambino come un posto potenzialmente pericoloso. E pur dormendo ad un metro dalla stanza del bambino non possono fare a meno di tenere accesi monitor e radioline. Intervenendo ad ogni minimo versetto del cucciolo che in realtà, lasciato tranquillo, dormirebbe serenamente fino al mattino.

In realtà tutta questa preoccupazione che ci porta letteralmente a spiare minuto dopo minuto nella vita dei nostri figli, trascura di soffermarsi sul fatto che in realtà  la maggior parte degli abusi sessuali avviene tra le mura domestiche. E nei casi più eclatanti di cronaca nera le statistiche mostrano che la maggioranza dei perpetratori sono parenti strettissimi della vittima.

Lo so che non è semplice pensare in questi termini e l’effetto che le notizie giornalistiche hanno su noi genitori sono devastanti, ma statisticamente la possibilità che si verifichino eventi simili è molto bassa.

Mentre gli effetti della totale impossibilità di sperimentarsi in un contesto più libero e naturale, senza trovarsi sempre sotto lo sguardo indagatore di mamma e papà la trovo molto più preoccupante.

Non aiuta certo l’atteggiamento generale

In aggiunta a tutti i fattori descritti precedentemente si aggiunge il fatto che l’atteggiamento generale verso certi tipi di attività libera e non strutturata è radicalmente cambiato. E se costruire una casetta sugli alberi o una capanna nel bosco era considerato uno dei giochi più belli ed entusiasmanti che un bambino potesse fare, oggi si viene facilmente redarguiti o criticati se si lascia giocare il proprio figlio a piedi nudi nell’erba di un parco pulito, seppur cittadino.

E dunque i pochi che con coraggio permettono ai propri figli di avventurarsi nella natura rischiano a volte di incorrere nelle critiche altrui o persino in problemi con le pubbliche autorità.

Credo che per ricreare un nuovo rapporto dei nostri figli con la natura e il gioco all’aperto sia necessario riflettere su come abbiamo strutturato la nostra vita e quella dei nostri figli. E sugli effetti negativi che potrà avere sulle future generazioni l’impossibilità di immergersi e sperimentarsi nella natura. O anche solo di vivere e giocare all’aperto e in modo più libero, meno strutturato e sorvegliato.,

Ovviamente occorre agire a livello individuale, ma anche a livello sociale e politico. Attuare cambiamenti e agire in maniera determinata a diversi livelli. Partendo da genitori, insegnanti, educatori e salendo fino ai nostri politici. La possibilità di tutelare e lasciare un pianeta vivo ai nostri figli dipende anche da questo. E parte proprio da qui.

 

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